Una domanda facile sui brandelli dell'ultimo giorno [da un secondo nodo del racconto]
La terza prova dell'esame di maturità inizia alle 8.30. Ci appostiamo all'ingresso della scuola pronti a scaraventare per terra l'un l'altro in una corsa furiosa al posto migliore, come clandestini prima di imbarcarsi, cancellando ogni memoria di civiltà e amicizia. Questa corsa è furiosa ed io so di essere uno dei più veloci. Avverto rumori di cedimento provenire dalla mia borsa, e ho paura che le tasche perdano fisarmoniche preziose per le scale. Sento i lacci delle scarpe richiedere attenzione e corro immaginandomi di essere zoppo. Ho paura di cadere e di rimanere indietro, ma sorrido non appena il mio sedere occupa una sedia al centro della fila. E' il 25 giugno del 2001. Fa caldo e c'è un forte vento di scirocco. Ho paura che mi si possano bagnare le ascelle lasciando una traccia umida sulla maglia. Scrivo a braccia strette.
Ci sono aiuti, dispetti e dopo un pò tutto finisce.
Dopo c'è solo la calma.
Dopo c'è il mare.
M. mi aspetta sulla spiaggia di Lido Silvana. Entro dall'ingresso della parte libera della spiaggia e mi infilo abusivamente oltre il cannizzo sottile dello stabilimento di Fatamorgana, entrando come un eroe proletario nella fica di una giocatrice di ramino di alto borgo. Lei è sdraiata su un lettino, bianca latte, con gli occhi socchiusi a causa del forte sole, che mi guarda mi sorride ed è rilassata pronta per un bacio. Accanto a lei seduta su un altro lettino c'è A.. Non riesco a ricordarmi nulla.
Mi tuffo godendomi il mare dopo giorni di clausura su un divano nero a studiare frettolosamente cose di cui non ricordo più nulla.
Sono sdraiato accanto ad M. e lei osserva che le nuvole in cielo corrono velocissime, davvero tanto. Si vede pure la luna, celeste e bianca come può essere di giorno.
E' dolce come una vergine abbandonata in un bosco di fate, M. nel suo stupore.
Le nuvole corrono sempre di più.
Non sono nuvole.
E' fumo.
Ci riprendiamo dall'incanto e ci scontriamo con la realtà. E' fumo e vicino c'è la pineta del campeggio. Il mio campeggio. Il nostro campeggio. Vediamo movimento.
Incontro un ex campeggiatore, che dice di riferire a mio padre che il campeggio non aprirà più e che si sta bruciando. Sorride mentre lo dice, come se stesse approssimando la sua intera esistenza in una compressa di cinismo fuori luogo unita alla voglia di apparire furbi e non coinvolti, come se essere preoccupati del presente, occupare con passione lo spazio-tempo della contemporaneità di un avvenimento comporti essere fessi. Lo odio con tutto me stesso e borbotto inudibile: "che testa di cazzo".
Corriamo alla macchina, si vede fumo, non vedo fiamme, non le ricordo. Ho la macchina in salita, vicino la stradina. Non riesco a bloccare un'immagine sulla retina. L'auto, le sicure, la partenza in sgommata, A. che vuole essere accompagnata senza fretta alla villa perchè il cognato ha una gamba rotta ed è assieme alla sorella e alla bambina. La lasciamo lì. La protezione civile ci dirige nuovamente sulla litoranea facendoci andare verso lido checca. La gente ci guarda come superstiti. M. piange e io guardo da lontano le fiamme ridisegnare l'orizzonte. Vado veloce, forse 140 khm su una strada da 60. Scappo nonostante le fiamme siano ormai a una decina di chilometri. Arriviamo a casa di M. e tampono leggermente un muro. Un ragazzino sorride e io lo guardo con occhi carichi di silenzio, lui forse capisce e smette di sorridere. Saliamo su, all'11 piano e guardiamo il telegiornale locale e ci stringiamo la mano davanti ai suoi proibiti genitori. Io mantengo la calma e spiego i fatti. Da venti chilometri si vede il fumo, da pochi centimetri non si vedono le lacrime.
Ci sono aiuti, dispetti e dopo un pò tutto finisce.
Dopo c'è solo la calma.
Dopo c'è il mare.
M. mi aspetta sulla spiaggia di Lido Silvana. Entro dall'ingresso della parte libera della spiaggia e mi infilo abusivamente oltre il cannizzo sottile dello stabilimento di Fatamorgana, entrando come un eroe proletario nella fica di una giocatrice di ramino di alto borgo. Lei è sdraiata su un lettino, bianca latte, con gli occhi socchiusi a causa del forte sole, che mi guarda mi sorride ed è rilassata pronta per un bacio. Accanto a lei seduta su un altro lettino c'è A.. Non riesco a ricordarmi nulla.
Mi tuffo godendomi il mare dopo giorni di clausura su un divano nero a studiare frettolosamente cose di cui non ricordo più nulla.
Sono sdraiato accanto ad M. e lei osserva che le nuvole in cielo corrono velocissime, davvero tanto. Si vede pure la luna, celeste e bianca come può essere di giorno.
E' dolce come una vergine abbandonata in un bosco di fate, M. nel suo stupore.
Le nuvole corrono sempre di più.
Non sono nuvole.
E' fumo.
Ci riprendiamo dall'incanto e ci scontriamo con la realtà. E' fumo e vicino c'è la pineta del campeggio. Il mio campeggio. Il nostro campeggio. Vediamo movimento.
Incontro un ex campeggiatore, che dice di riferire a mio padre che il campeggio non aprirà più e che si sta bruciando. Sorride mentre lo dice, come se stesse approssimando la sua intera esistenza in una compressa di cinismo fuori luogo unita alla voglia di apparire furbi e non coinvolti, come se essere preoccupati del presente, occupare con passione lo spazio-tempo della contemporaneità di un avvenimento comporti essere fessi. Lo odio con tutto me stesso e borbotto inudibile: "che testa di cazzo".
Corriamo alla macchina, si vede fumo, non vedo fiamme, non le ricordo. Ho la macchina in salita, vicino la stradina. Non riesco a bloccare un'immagine sulla retina. L'auto, le sicure, la partenza in sgommata, A. che vuole essere accompagnata senza fretta alla villa perchè il cognato ha una gamba rotta ed è assieme alla sorella e alla bambina. La lasciamo lì. La protezione civile ci dirige nuovamente sulla litoranea facendoci andare verso lido checca. La gente ci guarda come superstiti. M. piange e io guardo da lontano le fiamme ridisegnare l'orizzonte. Vado veloce, forse 140 khm su una strada da 60. Scappo nonostante le fiamme siano ormai a una decina di chilometri. Arriviamo a casa di M. e tampono leggermente un muro. Un ragazzino sorride e io lo guardo con occhi carichi di silenzio, lui forse capisce e smette di sorridere. Saliamo su, all'11 piano e guardiamo il telegiornale locale e ci stringiamo la mano davanti ai suoi proibiti genitori. Io mantengo la calma e spiego i fatti. Da venti chilometri si vede il fumo, da pochi centimetri non si vedono le lacrime.

0 Comments:
Posta un commento
<< Home