Mi ritrovo qui a scrivere, nel primo momento di apparente tranquillità della giornata. Una giornata che so già che sarò destinata a ricordare per tutta la vita.
Stamattina mi sono svegliata di buona lena grazie ai pianti di Virginia, quella bimba è troppo piagnucolosa per i miei gusti. Ma è piccola, bella, di una bellezza angelica, che fa perdonare tutte le sue imposizioni caratteriali, così piccola e già così grande. Vado da lei, mi guarda con fare sospettoso del tipo “se mi dai quello che voglio sorrido, se no… contrattiamo”. Sorrido, le do un bacio e scendo a fare colazione.
E’ una calda mattina, afosa già alle prime ore, faccio colazione in mezzo ai pini della mia villa, mi è sempre piaciuto farlo. Penso ai miei amici Giulio e Alessandro che già da qualche ora staranno sulla linea di partenza pronti a scattare verso il tanto agoniato posto perfetto per l’esame di maturità. L’ultima prova è arrivata e non vedo l’ora di vederli per poter sapere come gli è andata, come funziona, che tipo di domande hanno fatto ecc ecc…
In tarda mattinata scendo al mare da sola e incontro Marina, ci infiliamo sotto il suo ombrellone, il quarto da sinistra della prima fila. Gli ombrelloni sono quasi tutti chiusi, è bello stare al mare perché c’è poca gente, fa caldo e io posso raccontare tutti i dettagli di un quasi-amore che è sta per nascere tra me e un ragazzo, delle mie paure, dei miei crampi allo stomaco. Sono la solita chiacchierona.
Finalmente arriva Alessandro, tutto trafelato si intrufola alla Diabolik (come se fosse necessario) dentro Fata Morgana e ci raggiunge sotto l’ombrellone col suo immancabile costume rosso e la borsa blu. Corre a baciare Marina, mi saluta e dopo incomincia a parlare del suo esame, mi racconta della prova di Italiano che sicuramente i suoi professori ottusi non capiranno. Fa caldo. A lui non parlo degli effetti da pre innamoramento che provo in questi giorni, sicuramente lo saprà da Marina, e poi ho sempre il solito timore dei giudizi di Alessandro, pesano troppo sulla mia piccola testa diciassettenne. Entrambi siamo reciprocamente crudeli nel dare consigli, giudizi, pareri. Siamo terribilmente sinceri.
Li lascio sotto l’ombrellone a godersi questo momento di semilibertà dagli impegni scolastici e torno a casa. Fa troppo caldo, ma la salita interminabile verso casa mi ristora, l’ombra dei pini mi coccola, il leggero venticello di scirocco mi spinge fino a su.
Preparo la tavola, gioco con Virginia, mando un sms di auguri a Mariangela, oggi è il suo compleanno. Dopo pranzo Alessandro mi manda un sms chiedendomi se possono venire a casa. Li accolgo sotto la veranda, li presento a Francesca, fiera dei miei amici. Mi raccontano che c’è un piccolo incendio. L’aria incomincia a farsi pesante, guardo il cielo e il sole è coperto da strane nuvole che scappano veloci, mi sento sporca, mi guardo addosso, è cenere. Ad un tratto cambia la luce. Alessandro e Marina riprendono la macchina per andare a vedere cosa sta succedendo. Tornano dopo pochi minuti gridandomi dalla macchina che l’incendio si è ingrandito, che sta per raggiungere la pompa di benzina. Dobbiamo andarcene. Fanno inversione e se ne vanno.
Corro su da Francesca e Lamberto, dobbiamo andarcene.
Scendo al piano terra, apro il cancello automatico, stacco la corrente. Dobbiamo andarcene.
Telefono a mio padre e gli chiedo altre istruzioni cercando di non allarmarlo e con la voce impastata dal riposino pomeridiano mi da le ultime direttive: andatevene.
Mi sembra un sogno, ma mi devo svegliare, dobbiamo andarcene.
Salgo su a dare una mano a Francesca con la bambina. Lamberto si è da poco levato il gesso alla gamba e non può camminare senza stampelle. Mentre prendo Virginia in braccio, che urla, si dimena, vuole dormire, vuole fare la cacca, vuole tutto il mondo a sua disposizione in quel momento. Mi chiama mia madre piangendo, una signora l’ha appena chiamata dicendole che tutta Lido Silvana sta bruciando, che le fiamme sono quasi arrivate a casa mia. La tranquillizzo chiudendole il telefono in faccia. Brava la stronza. Ma dobbiamo andarcene.
Finalmente riusciamo a infilarci in macchina, piange Virginia, piango io. Appena superato l’incrocio di Acquafolies vedo le fiamme alla nostra sinistra, 50 mt da casa mia, e mi accuccio con la testa sui poggia testa dei sedili inferiori con gli occhi rivolti verso quelle fiamme, quel fumo. Seria. Con gli occhi appannati dalle lacrime che rendono tutto più sfocato, come in un sogno. Mi faccio piccola, sempre di più.
Arriviamo a San Giorgio e il fumo continua a vedersi.
Mio fratello va a Lido Silvana con la moto, i vigili del fuoco gli intimano di tornare indietro, i carabinieri gli dicono “se ne vada, tanto qui non c’è più nulla da fare”. Antonio, mandandoli sonoramente a fanculo, gli dice che li giù c’è la sua casa, lo lasciano passare, scorge il nostro dirimpettaio che bagna la casa con acqua con fare calmo, al limite del surreale.
Non sa che fare, prende la pompa, ma non sa che fare. Corre all’angolo della strada all’inizio della discesa per il mare e li ci sono i Vigili del fuoco che armati di manichette bloccano il fuoco in quel punto preciso, 20 mt da casa mia. Davanti a quell’immagine mio fratello resta immobile, neanche le lacrime riescono a scendere. Tutto, anche il sangue si blocca nelle vene. E’ come una scena da film, in cui tutto si muove al rallentatore accanto al protagonista che invece resta immobile, incapace di battere le palpebre.
Ci chiama spiegandoci il tutto. Entra a casa, chiude il cancello, ristacca la corrente.
Non riesco a togliere gli occhi da studio100 che da Statte riprende il grattacelo di fumo che si alza dal mare.
Chiamo Stefano, è la prima volta che lo faccio e con lui piango al telefono. Ma lui non capisce, è talmente contento che l’ho chiamato che non capisce le mie lacrime. Non avrebbe mai potuto capire.
Se solo sapesse che non sapevo chi chiamare.
Papà e mamma sono appena tornati dal giro di ricognizione. Non mi hanno voluto dire molto, non hanno neanche voluto che andassi con loro. Come se potessero ancora proteggermi come quando ero bimba, quando cambiavano canale nelle scene violente in tv, quando papà mi diceva che era “tutto pomodoro”.
Ho paura di vedere quello che abbiamo perso.
Vado a letto con gli occhi che mi bruciano, cenere tra i capelli.