sabato, agosto 19, 2006

presenze/assenze









sabato, aprile 22, 2006

I tuoi capelli...
nei miei ricordi, la linea di demarcazione tra il "prima" e il "dopo".

mercoledì, marzo 08, 2006

C'era, c'è (quello che abbiamo perso)

C’è stato un tempo in cui vivevo gli inverni solo perché dopo sarebbe arrivata l’estate. C’era un posto in cui queste mie estati nascevano e morivano, un posto dove il sole si spezzava tra i rami dei pini, il mare parlava e le lucertole scivolavano nelle crepe dei muri, il posto che per me era il foro di un imbuto da cui gocciolava la vita. Ora quel posto non c’è più, quelle estati sono finite. Solo la memoria rimane.

C’è una strada che divide i pini verdi dal mare azzurro. Nel verde di quei pini c’è una macchia scura e vuota. Lì, dove c’erano rami verdi ora ci sono rami secchi e alberi morti, dove ora ci sono alberi morti ci sono state le fiamme, dove c’era la vita ora c’è il deserto.
Lì la strada non divide più i pini dal mare, perché non ci sono più pini. Il mare c’è ancora, ma è nero e solo, e non parla più perché davanti a sé non ha niente con cui parlare.

Dove c’erano i pini c’era un campeggio, dove c’era il campeggio ci sono le mani avide degli uomini. Dove c’era il campeggio c’erano progetti, ma dove c’era il campeggio c’erano case e persone, e dove c’erano alberi c’erano leggi e divieti. Dove c’erano le case c’è stato un uomo; ha lasciato covoni di pini secchi davanti alle porte: dove c’erano pini ci sono state fiamme, dove c’erano case c’erano bombole del gas, dove c’erano bombole ci sono state esplosioni, dove c’erano case sono rimaste macerie.
Dove c’erano le nostre case ci sono buchi, dove c’erano divieti ci sono politici condiscendenti, dove c’erano i ladri sono rimasti i ladri.

Sul mare, sotto i pini, c’era una casa bianca con le persiane verdi e il tetto rosso. Ora, sul mare, sotto i rami morti e il cielo nudo, c’è una casa abbandonata; il tetto rosso è sconnesso, i muri hanno crepe e scrostature, le persiane verdi sono cadute, e le finestre sono bocche spalancate e orbite vuote attraverso cui grida il vento. Dove c’era il bianco c’è lo sporco e la ruggine e le scritte di chi passa, dove c’era verde c’è il nero, dove c’è il nero ci sono state le fiamme. Dove gocciolava la vita si distilla amarezza.

Quella casa è la mia casa. Dove c’era la mia roba c’è il vuoto, dove c’era il mio letto c’è il vuoto, dove c’era la nostra camera c’è un muro, ma quel muro non è vuoto. Dove c’era il vuoto c’è un disegno incollato con lo scotch, c’è il cadavere di una zanzara schiacciata con la mazza da baseball in una notte di scirocco, c’è il goffo disegno di un cane e l’impronta dei nostri nomi. Dove c’era la mia infanzia non ci sono state fiamme, dove c’era la mia vita c’è l’eco dei ricordi.

Quella casa ha una terrazza, e su quella terrazza c’è stato un giorno. Quel giorno su quella terrazza c’è stato un sole opaco che odorava di fine, una pioggia silenziosa che odorava di fine, un mare violaceo che odorava di fine. Ci sono stati Ciccio, Marty, Gianmario, Giorgetta, i tre Davide, Mario, Giuseppe, Francesca, ci sono stata io, i nostri addii silenziosi, i nostri occhi fissi sul mare, le nostre lacrime trattenute dietro le ciglia, le battute sciocche, i sorrisi tirati e una ciambella al cioccolato improvvisata, e mia nonna che fingeva di essere allegra, e tutto odorava di fine. Sulla mia scrivania c’è una foto, in quella foto ci siamo noi. Dove c’erano le nostre voci c’è un urlo – sospeso - nell’aria.

domenica, marzo 05, 2006

Una domanda facile sui brandelli dell'ultimo giorno [da un terzo nodo del racconto del secondo nodo]

Mi ritrovo qui a scrivere, nel primo momento di apparente tranquillità della giornata. Una giornata che so già che sarò destinata a ricordare per tutta la vita.
Stamattina mi sono svegliata di buona lena grazie ai pianti di Virginia, quella bimba è troppo piagnucolosa per i miei gusti. Ma è piccola, bella, di una bellezza angelica, che fa perdonare tutte le sue imposizioni caratteriali, così piccola e già così grande. Vado da lei, mi guarda con fare sospettoso del tipo “se mi dai quello che voglio sorrido, se no… contrattiamo”. Sorrido, le do un bacio e scendo a fare colazione.
E’ una calda mattina, afosa già alle prime ore, faccio colazione in mezzo ai pini della mia villa, mi è sempre piaciuto farlo. Penso ai miei amici Giulio e Alessandro che già da qualche ora staranno sulla linea di partenza pronti a scattare verso il tanto agoniato posto perfetto per l’esame di maturità. L’ultima prova è arrivata e non vedo l’ora di vederli per poter sapere come gli è andata, come funziona, che tipo di domande hanno fatto ecc ecc…
In tarda mattinata scendo al mare da sola e incontro Marina, ci infiliamo sotto il suo ombrellone, il quarto da sinistra della prima fila. Gli ombrelloni sono quasi tutti chiusi, è bello stare al mare perché c’è poca gente, fa caldo e io posso raccontare tutti i dettagli di un quasi-amore che è sta per nascere tra me e un ragazzo, delle mie paure, dei miei crampi allo stomaco. Sono la solita chiacchierona.
Finalmente arriva Alessandro, tutto trafelato si intrufola alla Diabolik (come se fosse necessario) dentro Fata Morgana e ci raggiunge sotto l’ombrellone col suo immancabile costume rosso e la borsa blu. Corre a baciare Marina, mi saluta e dopo incomincia a parlare del suo esame, mi racconta della prova di Italiano che sicuramente i suoi professori ottusi non capiranno. Fa caldo. A lui non parlo degli effetti da pre innamoramento che provo in questi giorni, sicuramente lo saprà da Marina, e poi ho sempre il solito timore dei giudizi di Alessandro, pesano troppo sulla mia piccola testa diciassettenne. Entrambi siamo reciprocamente crudeli nel dare consigli, giudizi, pareri. Siamo terribilmente sinceri.
Li lascio sotto l’ombrellone a godersi questo momento di semilibertà dagli impegni scolastici e torno a casa. Fa troppo caldo, ma la salita interminabile verso casa mi ristora, l’ombra dei pini mi coccola, il leggero venticello di scirocco mi spinge fino a su.
Preparo la tavola, gioco con Virginia, mando un sms di auguri a Mariangela, oggi è il suo compleanno. Dopo pranzo Alessandro mi manda un sms chiedendomi se possono venire a casa. Li accolgo sotto la veranda, li presento a Francesca, fiera dei miei amici. Mi raccontano che c’è un piccolo incendio. L’aria incomincia a farsi pesante, guardo il cielo e il sole è coperto da strane nuvole che scappano veloci, mi sento sporca, mi guardo addosso, è cenere. Ad un tratto cambia la luce. Alessandro e Marina riprendono la macchina per andare a vedere cosa sta succedendo. Tornano dopo pochi minuti gridandomi dalla macchina che l’incendio si è ingrandito, che sta per raggiungere la pompa di benzina. Dobbiamo andarcene. Fanno inversione e se ne vanno.
Corro su da Francesca e Lamberto, dobbiamo andarcene.
Scendo al piano terra, apro il cancello automatico, stacco la corrente. Dobbiamo andarcene.
Telefono a mio padre e gli chiedo altre istruzioni cercando di non allarmarlo e con la voce impastata dal riposino pomeridiano mi da le ultime direttive: andatevene.
Mi sembra un sogno, ma mi devo svegliare, dobbiamo andarcene.
Salgo su a dare una mano a Francesca con la bambina. Lamberto si è da poco levato il gesso alla gamba e non può camminare senza stampelle. Mentre prendo Virginia in braccio, che urla, si dimena, vuole dormire, vuole fare la cacca, vuole tutto il mondo a sua disposizione in quel momento. Mi chiama mia madre piangendo, una signora l’ha appena chiamata dicendole che tutta Lido Silvana sta bruciando, che le fiamme sono quasi arrivate a casa mia. La tranquillizzo chiudendole il telefono in faccia. Brava la stronza. Ma dobbiamo andarcene.
Finalmente riusciamo a infilarci in macchina, piange Virginia, piango io. Appena superato l’incrocio di Acquafolies vedo le fiamme alla nostra sinistra, 50 mt da casa mia, e mi accuccio con la testa sui poggia testa dei sedili inferiori con gli occhi rivolti verso quelle fiamme, quel fumo. Seria. Con gli occhi appannati dalle lacrime che rendono tutto più sfocato, come in un sogno. Mi faccio piccola, sempre di più.
Arriviamo a San Giorgio e il fumo continua a vedersi.
Mio fratello va a Lido Silvana con la moto, i vigili del fuoco gli intimano di tornare indietro, i carabinieri gli dicono “se ne vada, tanto qui non c’è più nulla da fare”. Antonio, mandandoli sonoramente a fanculo, gli dice che li giù c’è la sua casa, lo lasciano passare, scorge il nostro dirimpettaio che bagna la casa con acqua con fare calmo, al limite del surreale.
Non sa che fare, prende la pompa, ma non sa che fare. Corre all’angolo della strada all’inizio della discesa per il mare e li ci sono i Vigili del fuoco che armati di manichette bloccano il fuoco in quel punto preciso, 20 mt da casa mia. Davanti a quell’immagine mio fratello resta immobile, neanche le lacrime riescono a scendere. Tutto, anche il sangue si blocca nelle vene. E’ come una scena da film, in cui tutto si muove al rallentatore accanto al protagonista che invece resta immobile, incapace di battere le palpebre.
Ci chiama spiegandoci il tutto. Entra a casa, chiude il cancello, ristacca la corrente.
Non riesco a togliere gli occhi da studio100 che da Statte riprende il grattacelo di fumo che si alza dal mare.
Chiamo Stefano, è la prima volta che lo faccio e con lui piango al telefono. Ma lui non capisce, è talmente contento che l’ho chiamato che non capisce le mie lacrime. Non avrebbe mai potuto capire.
Se solo sapesse che non sapevo chi chiamare.
Papà e mamma sono appena tornati dal giro di ricognizione. Non mi hanno voluto dire molto, non hanno neanche voluto che andassi con loro. Come se potessero ancora proteggermi come quando ero bimba, quando cambiavano canale nelle scene violente in tv, quando papà mi diceva che era “tutto pomodoro”.
Ho paura di vedere quello che abbiamo perso.
Vado a letto con gli occhi che mi bruciano, cenere tra i capelli.

giovedì, febbraio 16, 2006

Una domanda facile sui brandelli dell'ultimo giorno [da un secondo nodo del racconto]

La terza prova dell'esame di maturità inizia alle 8.30. Ci appostiamo all'ingresso della scuola pronti a scaraventare per terra l'un l'altro in una corsa furiosa al posto migliore, come clandestini prima di imbarcarsi, cancellando ogni memoria di civiltà e amicizia. Questa corsa è furiosa ed io so di essere uno dei più veloci. Avverto rumori di cedimento provenire dalla mia borsa, e ho paura che le tasche perdano fisarmoniche preziose per le scale. Sento i lacci delle scarpe richiedere attenzione e corro immaginandomi di essere zoppo. Ho paura di cadere e di rimanere indietro, ma sorrido non appena il mio sedere occupa una sedia al centro della fila. E' il 25 giugno del 2001. Fa caldo e c'è un forte vento di scirocco. Ho paura che mi si possano bagnare le ascelle lasciando una traccia umida sulla maglia. Scrivo a braccia strette.
Ci sono aiuti, dispetti e dopo un pò tutto finisce.
Dopo c'è solo la calma.
Dopo c'è il mare.
M. mi aspetta sulla spiaggia di Lido Silvana. Entro dall'ingresso della parte libera della spiaggia e mi infilo abusivamente oltre il cannizzo sottile dello stabilimento di Fatamorgana, entrando come un eroe proletario nella fica di una giocatrice di ramino di alto borgo. Lei è sdraiata su un lettino, bianca latte, con gli occhi socchiusi a causa del forte sole, che mi guarda mi sorride ed è rilassata pronta per un bacio. Accanto a lei seduta su un altro lettino c'è A.. Non riesco a ricordarmi nulla.
Mi tuffo godendomi il mare dopo giorni di clausura su un divano nero a studiare frettolosamente cose di cui non ricordo più nulla.
Sono sdraiato accanto ad M. e lei osserva che le nuvole in cielo corrono velocissime, davvero tanto. Si vede pure la luna, celeste e bianca come può essere di giorno.
E' dolce come una vergine abbandonata in un bosco di fate, M. nel suo stupore.
Le nuvole corrono sempre di più.
Non sono nuvole.
E' fumo.
Ci riprendiamo dall'incanto e ci scontriamo con la realtà. E' fumo e vicino c'è la pineta del campeggio. Il mio campeggio. Il nostro campeggio. Vediamo movimento.
Incontro un ex campeggiatore, che dice di riferire a mio padre che il campeggio non aprirà più e che si sta bruciando. Sorride mentre lo dice, come se stesse approssimando la sua intera esistenza in una compressa di cinismo fuori luogo unita alla voglia di apparire furbi e non coinvolti, come se essere preoccupati del presente, occupare con passione lo spazio-tempo della contemporaneità di un avvenimento comporti essere fessi. Lo odio con tutto me stesso e borbotto inudibile: "che testa di cazzo".
Corriamo alla macchina, si vede fumo, non vedo fiamme, non le ricordo. Ho la macchina in salita, vicino la stradina. Non riesco a bloccare un'immagine sulla retina. L'auto, le sicure, la partenza in sgommata, A. che vuole essere accompagnata senza fretta alla villa perchè il cognato ha una gamba rotta ed è assieme alla sorella e alla bambina. La lasciamo lì. La protezione civile ci dirige nuovamente sulla litoranea facendoci andare verso lido checca. La gente ci guarda come superstiti. M. piange e io guardo da lontano le fiamme ridisegnare l'orizzonte. Vado veloce, forse 140 khm su una strada da 60. Scappo nonostante le fiamme siano ormai a una decina di chilometri. Arriviamo a casa di M. e tampono leggermente un muro. Un ragazzino sorride e io lo guardo con occhi carichi di silenzio, lui forse capisce e smette di sorridere. Saliamo su, all'11 piano e guardiamo il telegiornale locale e ci stringiamo la mano davanti ai suoi proibiti genitori. Io mantengo la calma e spiego i fatti. Da venti chilometri si vede il fumo, da pochi centimetri non si vedono le lacrime.

domenica, gennaio 29, 2006

martedì, gennaio 24, 2006

Una domanda facile sui brandelli dell'ultimo giorno

Partiamo dalle cose facili: dov'eravamo il giorno dell'incendio?
Dov'eri tu lo so, eri là, mentre succedeva tutto.
Ma io dov'ero?
Non mi sarei ricordata neanche la data esatta, se tu non l'avessi postata con le foto.
Ero a casa mia. Era mattina tarda, no? Forse le dodici... Raffaele era a casa mia, stavamo studiando. Ero certa di ricordare che stessimo studiando Sartre, ma questo non è possibile perchè l'esame l'avevamo già fatto venti giorni prima. Stando alle date del mio libretto universitario, studiavamo inglese, Shakespeare. Il Macbeth. La sua rovina è "una foresta d'alberi che cammina", o qualcosa del genere. Curiosa ironia.
Mi ricordo che mi avvisò mia madre. L'aveva chiamata mia nonna, che era andata a casa nostra più o meno mezz'ora prima che succedesse tutto. Doveva prendere della roba, piatti, lenzuola; non la volevano far entrare, aveva dovuto litigare come sempre col guardiano. Disse che la casa faceva pietà, che sul piazzale di casa aveva trovato pure mucchi di pini secchi. Con un gesto nervoso del piede li aveva spazzati via, disse.

Non so se ti ho mai detto che casa nostra l'aveva costruita mio nonno. Quella, e la chiesetta di campo nord, che per inciso ha quella forma apposta, perchè è la M dei Mirelli, la famiglia di mia madre. Sembra quasi una sfida, che siano le uniche cose rimaste in piedi. Abbiamo tutti un legame forte con quella casa. Lì mio nonno è morto, lì io ho mosso i primi passi, lì Francy è arrivata appena nata, all'uscita dall'ospedale... Lì abbiamo vissuto tutti i momenti principali della nostra vita come famiglia, nel bene e nel male; molte cose erano compromesse, certo, ma dopo l'incendio alcuni fili si sono irrimediabilmente spezzati.
Ora penso che forse quel gesto nervoso ha salvato la nostra casa. Salvato, poi... La mia paura, come sai, è che tutto quello che abbiamo vissuto vada perso, cancellato insieme agli alberi, alle case, alla nostra stessa presenza lì. Guardo le tue foto e mi accorgo che non riconosco i posti... e questa cosa mi spaventa. Vorrei raccogliere tutto, finchè siamo ancora in tempo.